Venezia (Benátky)
La maggior parte dei luoghi belli perde il proprio incanto, il mistero e il fascino quando le agenzie di viaggio li inseriscono nei loro programmi per poi stritolarli con le zanne insaziabili del industria turistica. Intendo dire che queste località vengono gravate a tal punto dai grandi gruppi alberghieri e della ristorazione che tutto ciò che in origine le rendeva affascinanti viene via via ricoperto e cancellato.
Proprio Venezia manifesta una resistenza sorprendente a questo assalto di massa degli stranieri. La ragione è forse la curiosità sincera verso questa New York medievale del Mediterraneo: così l’energia di chi arriva non contrasta con quella irradiata dal genius loci.
Venezia ha la propria difesa naturale. Per questo fu costruita, con un imponente impiego di forze umane, proprio in questa laguna un tempo inospitale, piena di terreni paludosi. A edificarla furono i Veneti, dai quali l’intera regione prende ancora oggi il nome di Veneto. Per noi Cechi, e specialmente per i Moravi, è particolarmente interessante che il popolo dei fondatori sia giunto nella regione veneta, intorno al IV secolo a.C., con grande probabilità proprio dalla Moravia.
Anche per me, pittore che predilige soprattutto l’Italia meridionale, questa perla del nord continua a essere fonte di mistero e di ispirazione. Sto preparando un dipinto monumentale come uno dei possibili ritratti di questa città, con strade che sono al tempo stesso specchi, poiché vi scorre incessantemente l’acqua della laguna. A illustrare questa riflessione è il progetto della tela in lavorazione, tracciato per ora come litografia. Nel primo piano del dipinto, sviluppato in altezza, le cose sono piuttosto concrete, perché saranno le più vicine all’occhio dell’osservatore, che potrà vagarvi come sfogliando una vivace descrizione letteraria. Vi scorge l’illusione naturale della vetrina di un negozio di maschere di carnevale. A Venezia, infatti, il tempo scorre in tre fasi. Una precede il carnevale; la terza viene dopo e vive nella speranza di trasformarsi presto nella prima. L’unica a durare qui e ora, però, è quella centrale: i giorni del carnevale stesso.
Quanto mistero porta il carnevale con il suo nome, in fondo molto pessimista per gourmet e buongustai, che dà l’addio alla carne ed è l’ultima allegria prima del lungo digiuno. Tutti i significati nascosti delle maschere, sorrette dalla cartapesta, si esauriscono nella prima metà della superficie pittorica e non accompagnano il percorso verticale dello sguardo dell’osservatore. Là, infatti, nella consueta scena veneziana entra a passo di danza un coro angelico, il cui canto e la cui musica salgono fino al sole stesso, che conclude l’intero gioco di forme e di colori: il theatrum mundi.
Miroslav Houšť, pittore diplomato all’Accademia di Belle Arti