Settembre (září)
Che sottile filigrana della lingua ceca è il nome del mese di settembre, září. Il presente del verbo zářit, risplendere, è září, risplende, e suscita la sensazione di qualcosa di sempre presente, duraturo. Per questo tale mese può sembrare relativamente più lungo.
Pur amando le lingue romanze, devo ammettere che in tutte le varianti derivate dal latino il nome di settembre è di fatto soltanto lo spoglio numerale sette. E, per giunta, ci fornisce un’informazione del tutto errata, perché indica il nono mese; ma tutto si è in qualche modo rimescolato nel passaggio dal calendario giuliano (Galius Iulius Caesar) a quello gregoriano.
Il settembre ceco è un teatro dal sipario dorato che, spalancato, cosparge dei granelli d’oro dei suoi riflessi i colori della scenografia. Lo spettacolo è più lento, abbellito da creazioni di balletto che si intrecciano con le note della musica di Dvořák e Janáček; e soltanto nelle brevi pause dell’orchestra il vento del sud porta un’eco scritta da Vivaldi.
Settembre funge anche da risultato finale, scritto sotto le somme firmate dalla primavera e dall’estate. Matura e si trasforma in frutti magnifici l’impegno profuso nel periodo primaverile ed estivo. I vimini dei cesti trattengono a stento il peso di mele, pere e noci, tinte di seppia dai loro malli verdi impregnati di profumo speziato; gli accenti vermigli delle sorbe mettono in risalto tutta questa natura morta di frutta. Profuma l’atmosfera di fantasia anche il danzante messaggero del vino nuovo, il caldo burčák, mosto in fermentazione.
I raggi del sole si adagiano gradualmente in angoli più acuti per saturare i colori del paesaggio, già velato qua e là dai fazzolettini strappati di una signora seria, la signora nebbia.
Ricorda la vista in un enorme caleidoscopio l’immagine su cui si posa l’occhio, allontanatosi dai cappellini, cappelli, larghi copricapi e stravaganti berretti dei funghi dell’estate indiana, nei loro caldi toni bruni e gialli, per stupirsi davanti a una vetrata di cattedrale sospesa, fatta di ragnatele brinate sullo sfondo scuro di alberi maestosi.
Negli ultimi minuti del giorno, prima ancora che una mano appenda la lanterna sopra la tavola apparecchiata in giardino, il bagliore del sole immerge i suoi lampi bronzei nell’acqua tiepida dello stagno.
Una vecchia barchetta di legno, attraversata dalle piccole sciabole delle canne, scompare lentamente quando la notte ripassa ogni cosa con la tintura dell’indaco.
Tintinna lievemente un brindisi con un bianco fresco di vendemmia tardiva, oppure con un rosso corposo e tiepido, alla salute del benedetto settembre ceco
Miroslav Houšť, pittore diplomato all’Accademia di Belle Arti