Portale, porta, ingresso
Conosciamo molti luoghi che hanno l’aspetto di una porta. Nelle città e nei villaggi, ma anche nel paesaggio. La porta è uno degli elementi capaci di dare ordine al mondo.
Dice: stai entrando, stai andando via, oppure esiti, chiedendoti se fare un passo e in quale direzione? Perché puoi ancora tornare indietro. Ti domandi che cosa ci sia oltre la porta: era giusta la strada che mi ha condotto fin qui?
Come dovrebbe essere la mia porta in questo momento della vita? Dovrebbe essere massiccia come quella nelle mura ciclopiche dell’arcaica Micene, risplendere di colori come quella di Ishtar a Babilonia, raccogliermi nel silenzio con la saggezza dei filosofi e la potenza degli dèi dell’antica Grecia nei Propilei che custodiscono l’ingresso all’Acropoli di Atene, oppure, ornata di titani barocchi, invitare la mia mente fra le verticali gotiche della cattedrale di San Vito, come fa la Porta di Mattia del Castello di Praga?
Non pensiamo forse persino a qualche porta innalzata contro l’orizzonte direttamente dal Creatore: i Dardanelli, il Bosforo, la Pravčická brána, orgoglio delle rocce della Boemia?
Forse nella memoria apparirà quel piccolo cancello del giardino, ingresso nell’infanzia. È così nascosto e invaso dai lamponi che, con grande incertezza, infilate diffidenti nella serratura la chiave arrugginita ritrovata sul fondo stesso della memoria, per scoprire con stupore che il premuroso Chronos l’ha sempre curata con olio d’oliva, affinché chi possiede la chiave possa aprirla senza sforzo.
Ognuno può però avere la propria porta verso il suo castello in aria, che lo attira nel paesaggio dei sogni, delle esperienze e della visione individuale del mondo. Là siamo a casa: possiamo visitare epoche lontane, ricordare il futuro e, in questa esistenza vertiginosa, sentire la relatività dell’universo.
Questi castelli in aria hanno due ingressi per ciascuno di noi. Una grande domanda, degna della Sfinge, è quale delle porte sia quella del paradiso e quale quella dell’inferno, oppure se ne esista forse ancora una terza.
Miroslav Houšť