La continuità di Tursko nel tempo e nello spazio
Nell’anno duemiladieci, ormai in corso, ci prepariamo a celebrare il novecentodecimo anniversario della fondazione del comune di Tursko.
Come dobbiamo intendere, in realtà, questa frase? Naturalmente nel senso che le attribuiscono gli storici: novecentodieci anni fa risale la prima menzione scritta del nostro paese a noi nota. Ma che cosa vi era prima?
Negli annali dell’antica Roma, un vasto territorio comprendente Boemia, Moravia e Baviera viene chiamato Bohemia. In questo nome avvertiamo inequivocabilmente la somiglianza con la parola Boi. I Boi erano una grande tribù celtica, la cui cultura si sviluppò probabilmente dalle tradizioni preistoriche locali.
Tursko sorge proprio al confine fra due importanti aree archeologiche, quella della cultura di Knovíz e quella della cultura di Únětice. Possiamo ragionevolmente supporre che un essere umano già pienamente simile a noi nell’aspetto e nel pensiero sia comparso qui circa quarantamila anni fa (Homo sapiens di tipo Cro-Magnon).
I Celti crearono una rete continua di insediamenti lungo i fiumi e nelle zone fertili. Vivevano da agricoltori, ma erano anche guerrieri incredibilmente valorosi; svilupparono un artigianato perfezionato, per esempio nella ceramica e nella lavorazione del bronzo. Li avvolgeva una religiosità mistica custodita dai druidi e li univano una poesia e un’epica portate alla perfezione formale dai bardi celtici. Abitavano in case costruite con una tecnica simile a quella degli odierni edifici a graticcio, che oggi conosciamo soprattutto in Germania, in Alsazia e Lorena, ma anche in alcune località di confine della Boemia, per esempio nelle fattorie del tipo di Cheb. Questo stile costruttivo, sviluppatosi fin dai tempi celtici, caratterizzava ancora nel Medioevo l’architettura dell’Europa occidentale, e quindi anche quella boema. (Non uso volutamente il termine Europa centrale: è un’espressione politologica nata artificialmente nel clima soffocante del secondo dopoguerra.) Dai Celti abbiamo ereditato anche i nomi di fiumi, di molte montagne, di paesi e di altri luoghi.
All’epoca delle migrazioni dei popoli (parliamo all’incirca del V secolo della nostra era), i gruppi slavi che penetravano nel cuore dell’Europa incontrarono però le tribù germaniche, ormai indebolite, dei Quadi e dei Marcomanni (da non confondere con i tedeschi). Sono stati rinvenuti, per esempio, resti di loro piccoli forni per la lavorazione del ferro a poca distanza da Tursko, nel territorio catastale di Úholičky.
Va detto che non sappiamo perché, alla fine dell’antichità, il sistema continuo e funzionante degli insediamenti celtici attraversò una crisi di guerre locali e, infine, questo popolo si divise in diversi rami e, sotto la guida dei re guerrieri, i Ríx (da non confondere con il latino rex, re), abbandonò il territorio in più correnti: una conquistò e saccheggiò la greca Siracusa, un’altra si diresse verso la Bretagna e una terza popolò le isole britanniche. Per questo, più tardi, i primi monaci cristiani irlandesi poterono mettere per iscritto la storia celtica, riferita anche alla grande battaglia nella piana di Tursko, che non si svolse fra i Cechi e i Lučani, ma molto prima, fra due potenti stirpi celtiche. Anche i reperti materiali di questi luoghi confermano il racconto degli annali. Si tratta del campo del toro bianco, fra le alture di Krliš ed Ers. La cima di Ers offre ancora oggi una degna sede ai resti del santuario del grande dio celtico Černunoc. Sulle antiche carte, l’odierna Tursko porta l’analogo nome di Černuc.
Proviamo a immaginare un poco le ragioni all’origine dell’attuale nome del paese. Abbiamo dunque il campo del toro bianco e, presso Statenice, l’importante ritrovamento di una statuetta neolitica raffigurante un uro. La prima Chiesa cattolica giunge in luoghi in origine pagani, fondati da noi perlopiù proprio dai Celti, e ormai abitati dai Cechi: direttamente nei siti originari oppure in luoghi che li riproducono a specchio (come, per esempio, le due rive di un fiume).
I sacerdoti cattolici entrano nella sfera di punti energetici scelti con cura, teatro di antichissimi riti mistici. La Chiesa occidentale, a differenza di quella orientale (ortodossa bizantina), non fu un’appassionata distruttrice di idoli e dell’architettura preistorica, ma seppe spesso integrarli in modo funzionale nell’ordine del proprio rito e del proprio pensiero.
Penso che per questo, dopo il 1200, i Crocigeri (l’unico ordine cattolico maschile e cavalleresco fondato da una donna, sant’Agnese), avendo ricevuto per intercessione di sant’Agnese di Boemia il nostro territorio come feudo regio, sfruttarono l’assonanza con la parola tur, uro, e la tradizione locale della tauromachia (il culto del toro), che faceva comunque meno concorrenza alla nuova religione rispetto al principale dio celtico Černunoc. Dedicarono la loro chiesa locale, in origine gotica, a san Martino, vescovo della città di La Tour, nella Francia meridionale, ponendo così sulla storia remota una corona cristiana che la legittimava.
Da allora Tursko viene dunque coltivata spiritualmente dall’Ordine dei Crocigeri e si sviluppa economicamente con grande successo. Consideriamo che gli antichi ordini monastici, accanto alla loro attività religiosa contemplativa e rituale, assorbivano anche, e non da ultimo, il potenziale intellettuale della vasta popolazione non aristocratica. Questa poteva così, sotto la protezione dell’ordine, attingere ai tesori della cultura europea, che nell’Alto Medioevo era custodita e coltivata con cura nell’Europa occidentale quasi esclusivamente dalla Chiesa.
A Tursko i Crocigeri ci hanno lasciato non solo il nome di una strada e la chiesa di San Martino, ma anche un’antica tenuta agricola che, per estensione, era fra le più grandi dell’allora Impero austro-ungarico. Una delle facciate dell’antica tenuta domina l’attuale incrocio centrale (una «poustka» rinascimentale e un grande edificio barocco progettato dal geniale architetto Kilián Ignác Diesenhofer); l’altra facciata, con l’immancabile portale, si apre sull’odierna, tranquilla piazza del paese e su una strada secondaria che ci condurrebbe a Úholičky e poi a Praga.
Proprio questa strada discreta è però una delle prime quattro vie principali segnate sulle antiche carte del Regno di Boemia: un collegamento che prosegue serpeggiando attraverso Velvary fino alla sua meta, l’antica Dresda. Immaginiamo una solida diligenza che parte dall’edificio principale delle poste di Praga, situato allora nel quartiere di Malá Strana (la Città Piccola di Praga), e che, dopo aver usufruito di un riparo e dell’ospitalità della stazione di posta di Tursko, raggiunge con una muta fresca la città di Velvary, luogo del primo pernottamento. Mi soffermo così a lungo sulla posta e sulle diligenze perché costituivano la spina dorsale delle comunicazioni (posta, ferrovia e trasporto su strada) della società di allora. I luoghi onorati dalla presenza di stazioni di posta godevano perciò, a quei tempi, di notevoli vantaggi, influenza e notorietà.
Da una nicchia del muro del cimitero, la statua dell’Ecce Homo continua a volgere il suo sguardo barocco, sempre altrettanto calmo e sereno, agli avvenimenti che le scorrono davanti. Sappiamo qualcosa di ciò di cui la statua è stata testimone. Il futuro, invece, possiamo solo immaginarlo. Abbiamo però il diritto, e forse anche il dovere, di parteciparvi. Un tempo, anche a causa della lentezza degli spostamenti, le comunità locali dovevano creare microcosmi molto più completi e autonomi. Oggi ci muoviamo con incredibile rapidità fisicamente, e ancor più rapidamente attraverso suoni e immagini: così può facilmente sfuggirci l’importanza dell’esistenza della comunità del paese.
Ci hanno aiutato il destino, ma anche le posizioni delle amministrazioni locali, a rallentare in qualche modo uno sviluppo edilizio altrove poco coordinato. Ci è stato risparmiato l’accerchiamento di quartieri satelliti impersonali, costruiti su progetti impersonali e spesso abitati da persone prive di radici che, non raggiunte dal genius loci, non possono essere assimilate organicamente dal nucleo originario.
Tursko si espande relativamente piano e ha conservato la scuola, l’asilo, la posta, un vero municipio, la chiesa e il collegamento in autobus. Ci sono anche un negozio e diverse imprese e attività artigiane, grandi e piccole. Sarebbe probabilmente un bene riuscire a mantenere un abitato di dimensioni a misura d’occhio, percorribile a piedi, dove possano ancora incontrarsi persone che si salutano con naturalezza anche soltanto perché sanno di appartenere allo stesso paese.
Per un insediamento umano è di straordinaria importanza il paesaggio che lo circonda. Un tempo erano pochi i villaggi e le città privi di stagni comunali. A Tursko lo stagno si è conservato ed è un esempio di cura associativa esemplare da parte di persone delle cui solide radici nella regione possiamo essere del tutto certi. Forse, col tempo, ai sentieri campestri e al viale di tigli che conduce a Krliš se ne aggiungeranno altri, così da riavvicinare gradualmente l’aspetto dei dintorni di Tursko al suo carattere originario, a una maggiore logica naturale, attenuando il carattere artificiosamente steppico dei campi e rendendo il paesaggio più accessibile a pedoni, ciclisti e cavalieri. Il paesaggio deve essere percorso dalle arterie vitali di strade e stradine, sentieri e viottoli, perché la vita del paese possa riversarvisi liberamente e possiamo liberarci dallo schema di luoghi abitati sommersi in un mare di campi accorpati e indifferenziati, collegati ai dintorni soltanto dall’asfalto di pericolose strade a scorrimento veloce. La cordialità e l’apertura del paesaggio si riflettono infatti, come in uno specchio, nella cordialità e nell’apertura dei suoi abitanti.
Miroslav Houšť, pittore diplomato all’Accademia di Belle Arti