L’opera del pittore e scultore Miroslav Houšť

prosegue con coerenza la secolare tradizione dell’arte classica.

Avvento sotto il mantello di san Martino

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Entriamo nel tempo dell’Avvento, che fra l’altro conclude il nostro anno anche sul calendario. L’anno, come unità di tempo, può essere considerato in modi diversi, con tutta quell’infinita relatività così caratteristica della dimensione temporale. Ma l’anno può anche essere un’immagine cronologica condensata della vita umana. Comincia infatti con la primavera, che molti popoli chiamano rinascita, rinascimento, e che noi, nella musicalità della lingua slava, possiamo indicare anche con la parola vesna.

Questo inizio è davvero il tempo delle prime scoperte infantili attraverso i sogni. Poi arriva la piena estate, come un pilastro possente e il baricentro della vita, da cui l’essere umano entra, con passo un poco rallentato, nell’autunno e infine nell’inverno, dove i sogni tornano a fondersi con la realtà.

Ora ci troviamo in quest’ultima parte, nella quale dovrebbe esserci concesso il tempo per una sorta di bilancio e di riflessione sulle parti dell’anno più dinamiche, ma ormai trascorse. Per non indugiare, nella luce scarsa di questi giorni, soltanto nella malinconia dei ricordi di ciò che non può tornare, traduciamo quasi di passaggio il nome Avvento.

Questa parola non dice che qualcosa volge al termine, che è stato e non ricomparirà più; al contrario, suscita in noi l’attesa, la preparazione a qualcosa che verrà e che può avere anche il carattere di un’eternità metafisica. Se ho parlato della primavera come di una rinascita, penso che a caratterizzarla non sia soltanto quello spontaneo e selvaggio sbocciare della natura: nella sua forma spirituale, essa comincia con il grande mistero della nascita di un bambino, per i cristiani la nascita di Cristo. È un simbolo possente e inesauribile di un nuovo inizio, dell’energia e della luce che giungono talvolta proprio negli stati d’animo lievemente depressivi che ci assalgono sotto la bassa volta di pesanti nuvole grigie d’inverno.

Quando ripenso al mio editoriale del numero scorso, che illustrava una parte del mestiere dello scultore attraverso l’esempio della statua in lavorazione di sant’Urbano, patrono dei vignaioli, mi affiorano alla memoria le sagome di altre figure notevoli legate al vino. Dioniso, Bacco con tutto il suo culto, san Venceslao come vignaiolo e coltivatore, Carlo IV, grande promotore della vite e dell’intera cultura del vino in Boemia. E poiché nelle mie associazioni ho lasciato che i celebri simboli del vino attraversassero l’esistenza senza badare alla linea del tempo, ecco comparire per ultimo un santo simpatico, caratteristico della nostra Tursko: san Martino. Negli ultimi anni questo Martino porta, al posto della neve, damigiane del vino più fresco e giovane dell’anno, detto vino di San Martino. Arricchisce così la nostra cultura gastronomica con il vino e con accurate preparazioni di prelibatezze d’oca. Questo primo vino dell’annata è in realtà, ancora una volta, una cronaca aperta dei mesi precedenti. Vi leggiamo com’è stata la primavera, come abbia aiutato o meno le viti, se l’estate, con il rapporto fra pioggia e sole, abbia posto negli acini tutto ciò da cui l’autunno ha potuto creare quella materia prima insuperabile per il processo misterioso che infuria e poi si placa nell’oscurità delle botti di rovere. Il suo esito può così sgorgare nei colori rossi, rosati e bianchi per la prima volta proprio in queste giornate nebbiose e illuminarci con la luce dell’energia estiva, che il processo di fermentazione ha ulteriormente moltiplicato e fissato.

 

Miroslav Houšť, pittore diplomato all’Accademia di Belle Arti

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